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giovedì 6 febbraio 2014

La pelle del mondo

Che io abbia una insana passione per i titoli in molti ormai lo sanno (forse anche i pochi che continuano a seguirmi sul blog). Ma che dietro ad ogni titolo che m'invento ci sia un pensiero che cova a lungo prima di rivelarsi in una sintesi a volte ermetica, è una delle cose che mi stupiscono di più. Lo stesso accade per la mia scrittura, per i miei libri che, di solito, nascono velocemente, come se le cose che debbo dire aspettino un bel po' di tempo prima di uscire fuori, in una forma che, quasi sempre, è già abbastanza definitiva. Non correggo quasi mai molto delle mie poesie, dei miei testi. Quando qualcuno mi chiede perché scrivo (una delle domande che sempre ti fanno quando scrivi e presenti i tuoi libri), non riesco mai a rispondere in maniera diretta, elencando una serie di situazioni, circostanze, momenti che mi spingono a farlo. Cerco sempre altre vie, o, meglio, mi vengono spontaneamente alla mente altre formule che nulla hanno a che vedere con concetti del tipo ispirazione, sensazione. Le due parole che saltano sempre fuori sono "sguardo" e "ascolto". Ecco, in sintesi, scrivere, per me, soprattutto quando scrivo poesia, significa allenare le capacità dello sguardo e dell'ascolto, per essere attento al mondo, all'altro, al dialogo silenzioso e complice che è necessario quando si desidera (e anche la parola "desiderio" ritorna spesso nei miei versi) costruire un possibile "terzo" mondo che serva a mettere in relazione il mio mondo con il mondo degli altri. E poi, come per fare in modo che questa strada inviti i passi di chi legge, cerco dentro di me una musica. A cosa serve, infatti, piegare le parole a immagini concrete, a visioni che possono (ma non debbono) essere solo mie, se a queste immagini e visioni non si regala un ritmo, un canto? Su questa musica si costruisce il mio discorso, o meglio, si fa palese il mio invito al dialogo. Da questo primo ascolto deriva tutto il resto. E questa musica impone anche una scelta tra quello che rimane e quello che di solito abbandono. Sì, la mia poesia è fatta anche di "no", di rifiuti, di "allontanamenti da". Provo a fare degli esempi sotto forma di domande. Perché servirsi della memoria solo per ribadire quanto già si conosce, quando la forza dei ricordi può addirittura ricreare un "passato" così vivo che pare ancora qui, presente, la cui forza intatta ci spinge a guardare avanti? Perché lasciarsi travolgere dai giochi "da poeta", quando abbiamo davvero infinite possibilità di inventare nuovi giochi, nuove mosse, nuovi canti con la straordinaria "povertà" di una sola lingua? Sono domande che mi faccio spesso, leggendo la poesia italiana contemporanea che, ad essere proprio sincero, e a parte poche eccezioni, non mi stupisce più, non mi canta più, non mi racconta più, non costruisce più.

Ma non sono capace di esercitare l'affascinante e pericoloso mestiere del critico. Preferisco, ancora una volta, spiegarmi con i miei versi. E poco importa se tutto questo potrà apparire presuntuoso. In fondo, questo è il mio blog, no?



Poesie

Da Sottopelle, 1998

Desidero gli oggetti
le loro curve
le loro larve
i masticati
disossati corpi
le ombre il peso
l’insensatezza
di ogni loro sottinteso.

*****

Che cosa faccio qui
vestito a festa?
Non suonano campane
non c’è più gente per le strade.
Solo, aspetto l’ora
come si aspetta il vento
che porta sabbia rossa
odori di deserto e pietre.
E’ festa (te lo giuro)
sono tornato qua per questo
dall’intrico dei sentieri
che il tempo e il vento
hanno dissotterrato.
E suoneranno le campane
e il mio vestito sarà bello
la gente arriverà con canti e grida
raccoglierà la sabbia
e conterà le pietre
col naso insù
a respirare odori di pianura.
E io sarò con te
ti parlerò del vento
e non avrai paura.

*****

Sono rimasto fermo
dove si contano le ore
dove la strada si fa stretta
e non si lasciano che impronte:
la polvere talvolta è più pesante della pietra
vola veloce, sporca tutto quanto e poi ricade
a scolorire il mondo, a soffocare il suono
a rovesciare quel che è certo
a rovistare nei più piccoli recessi
di un corpo attento a non cadere.
Oggi cado e cado ancora e scrivo
non so se riuscirò a partire
se mai ti troverò all’arrivo.


da Di quarzo e terra, 2002


Non ho mai scritto la parola bar
nemmeno auto o ciminiera
non uso nomi propri
come un carteggio familiare
non riesco mai a infilare
una parola dall’inglese
il nome di una via.
Credo che non sia questo
a farmi rimanere
solo, senza parole
a metà strada
tra un qualsiasi discorso
e quel che chiamano poesia.

*****

Oggi è arrivato il caldo
lo sento sottopelle
mentre ricopia i segni
della mia spoglia biografia.

Oggi vorrei la pelle di un serpente
per poi fermarmi ad osservare
la vecchia mappa del mio corpo
che si è seccata per lasciare il posto
alla mia nuova geografia.

*****

Dovremo avere fame ancora a lungo
per poi gustare il cibo in fretta
e divorare il tempo necessario
e poi saziarci di ogni cosa.
Dovremo avere sete ancora a lungo
per poi brindare al giorno dopo
e ubriacarci il tempo che ci manca
e poi buttare i verbi all’aria.
Dovremo avere un giorno ancora a turno
per poi dividerci la fretta
e mascherare il ghigno doloroso
e trasformare in versi ogni disfatta.


Da Chiedimi il rosso, 2003

Delle rinascite improvvise
io non mi fido
qualcosa che risorge
quando è già tutto spento.
E’ il primo movimento
quello che non mi piace
la stretta forte della mano
il piede alzato
verso la polvere lontana
le mani in alto
ad afferrare nubi strampalate.
Di quello che rinasce
ricordo solo la sua morte.

*****

E’ questa diagonale all’improvviso
questa ferita verde all’orizzonte
che mi cancella la certezza
di un passo svelto e prepotente.
Come una ruga nuova sul tuo viso
dice e non dice l’esistente
gioca e pronuncia la bellezza
quando combaciano le impronte.


*****

Vieni c’è tanto rosso da imparare
sotto l’azzurro, sotto le verità lampanti
di fuochi lesti a farsi fumo.
Io, per altri fuochi mi preparo
in mezzo al verde, sotto le luci intermittenti
dei tanti che si fan nessuno.
Vieni, oggi non ho che questo rosso
caldo, bagnato e sterminato e mosso
e quando poi l’avrai imparato
ce lo racconteremo
tu, come vuoi
io, come posso.


da Il mare in salita, 2008

E’ ancora la ginestra
a dirci
che la strada
è quella giusta.

*****

E’ una deriva senza fine
e il sole brucia
lo sai che anche questo è mare
acqua più acqua
che mai sfocia.
Non parli e non rispondi
guardi il muro nero
che sale
e può far male.
Al centro del tuo occhio
non c’è una terra da toccare
solo un barlume
voglia di branchie
di sponde vicine
come di fiume.

*****

Parli
come in un prologo
della tua giovinezza
accorta e breve.

Ascoltarti
è un dialogo
ora che il tempo
non perdona
le solite finzioni.

Questo testardo farci isola
mentre sogniamo l’arcipelago.



da Bisestile, 2010


E sia per te un giorno chiaro
un calmo riversarsi della luce
la notte ti sia amica
un lento scoperchiarsi delle stelle.

Che tu possa restare
sotto la grande madre
nel sole dell’estate
nel buio dell’inverno.

Vengano ancora
settembre e poi febbraio

e non ci sia alcun dolore
né alcun inferno.

*****

Ricordati le mani
devi lasciarle aperte al vento
e chiuse al fuoco
dicevi e sorridevi.

Era quel nostro gioco
babbo
un passatempo di bambini
un canto
un conto alla rovescia
un guadagnarsi i giorni
che allora credevamo tanti.

*****

Febbraio suona il miserere
in ore buie e senza fine
mentre le spalle tremano di freddo
e il cane non ha pace

febbraio cambia ad ogni ora
come una terra che non ha confine
nei giorni illuminati a ghiaccio
e ognuno ascolta la sua voce

ma tu che non chiedevi nulla
se non di fare quattro passi ancora
ridevi della merla e della burla
di chiacchiere nel sole del cortile

dov’è la porta- poi chiedevi
che debbo uscire nella neve
qui tutto brilla e io sto fermo
di luce e voce è un bel morire.


Ecco, rileggere questi testi, anche per me che li ho scritti, permette di guardare dentro quel mondo la cui pelle è il primo foglio, bianco certamente, ma non per questo muto, ricco di pieghe, ruvidità, macchie più o meno nascoste, impronte digitali, sporcizia e candore. Su quel foglio bianco, con continue sorprese anche per me, mi fermo spesso a raccogliere le cose che lo sguardo e l'ascolto mi regalano in inchiostro e voce.


3 commenti:

  1. Abbiamo parlato a lungo delle tue poesie, questa volta mi hai regalato la bella suggestione del foglio bianco sul quale, in virtù di una personalissima alchimia e di un sapere dello sguardo e dell'ascolto, si crea la verità di una rappresentazione del mondo, in grado di metterci in contatto con il mondo reale.

    Quante belle poesie hai scritto, Ale, rileggerle così, all'improvviso, è una grande emozione
    Lule

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  2. Ti incontro oggi per la prima volta.
    Sempre un'emozione scoprire chi gioca con le parole!
    Grazie per l'incanto.
    Laura

    RispondiElimina
    Risposte
    1. cara Laura, ti ho risposto su g.mail, ma ti ringrazio anche qui per le parole che mi dici. Auguri di buon lavoro, visto che ti occupi di arte, e speriamo ci siano altre parole... alessandro

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