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domenica 28 settembre 2014

Ma come pesa quel silenzio, Giovanni!

Raccontare il mondo, quello che ci succede, le cose che stanno attorno, può apparire cosa facile. La banalità dei fatti quotidiani (ma banali poi per chi?), ha anch'essa una sua grammatica, un suo ritmo, una sua poesia, un suo colpirci e renderci attenti alla voce che ci parla.
Ma quando si vuole raccontare qualcosa che appartiene alla sfera più alta dell'essere umano, accade che la voce cerchi un compagno che ne moltiplichi la forza e ci seduca, ci prenda per mano, per regalarci un ascolto più meditato, più vicino al pensiero, meno intrappolato nel racconto. Questo compagno, da quando l'uomo è su questa terra, è la musica, ora con l'allegro di una festa, ora con l'adagio di un addio.

Da dove nasce questa vicinanza ininterrotta? Da dove nasce questa complicità gratuita e generosa tra uomo e musica? E' una domanda a cui farei davvero una fatica enorme a rispondere. Ma le strade della conoscenza, e quindi anche il grimaldello con cui si apre la porta di una possibile risposta, passano tutte da un luogo chiamato "amicizia" (termine il cui abuso rischia di impoverirne il significato). Eppure, qui, vorrei parlare di un'amiciza vera, con un amico vero, un uomo che non ha vissuto la mia stessa vita, non è nato nel mio stesso paese e ha incrociato la mia strada solo da qualche anno. E' Giovanni Carmassi, un pianista, un maestro che ha un "pezzo" di vita, e quindi di mente e cuore, legato a Monteacuto delle Alpi. Questo signore, con i capelli bianchi e gli occhi di un adolescente, la camminata di un atleta e due mani che sono poesie nell'aria, ha dedicato estati intere ai suoi allievi, a Lizzano in Belvedere, e a noi ha dedicato la sua arte e quella degli allievi, in una infinita serie di concerti. Questo amico ha rinsaldato, sui nostri monti e nelle nostre chiese, l'antichissima amicizia tra musica e uomo. Ha raccontato tutto quello che si può raccontare sulla voce e sul suo contrario: il silenzio. Lo ha fatto con una generosità pari a quella della musica stessa. Lo ha fatto per amore di una terra consapevole solo in parte del rischio che perdere la musica equivale a perdere il discorso sulla propria vita, la propria storia, la dignità di esseri votati alla bellezza.

A lui devo uno dei ricordi più belli che ho di mio padre. Eravamo andati ad ascoltare un concerto dei suoi allievi, sull'isolotto del laghetto del Cavone. Io ascoltavo i musicisti, guardando il modo in cui muovevano le mani. A un certo punto, mi accorsi che mio padre guardava invece lui, Giovanni, rapito dalle note che vedeva scorrere sulle sue labbra. "Le sa tutte! Le mette tutte al punto giusto. E' come se le stesse dettando mentre loro le suonano" mi sussurrò, strabiliato, mio padre. Mio padre aveva il viso di un bambino pieno di stupore, un bambino che sa cosa è un maestro, si fida di lui, lo guarda e lo ascolta. E impara.

Oggi, il Maestro Giovanni Carmassi ci ha fatto un altro dono. Lo ha fatto a tutti. Ma a me piace pensare che, in una sorta di preludio, abbia pensato proprio a noi. La storia è questa. Il filosofo e psicoterapeuta Pietro Ferrucci, padre di un suo allievo, assiste a una lezione durante uno dei corsi estivi a Lizzano. Stupito e affascinato,  comincia un dialogo con il maestro. Alle domande di  Ferrucci, Giovanni risponde e riporta alla sua mente tutti gli ascolti (sono davvero tanti) che ha vissuto: il suo maestro, i grandi compositori, i poeti e gli scrittori. Le parole sono un racconto che non finge nulla, che si denuda di ogni artificio e si fa vita e verità. Attenzione, non quella verità, quella che solo gli uomini da poco tengono per certa e posseduta. La verità di una fede nell'arte, nella bellezza. Giovanni si affida alla forza e alla bellezza del mistero, perché la musica è mistero, afferma, e anche la vita è mistero. Sta a noi cercare di capirci qualche cosa, di farne cibo e norma per questo nostro tempo.

Ne nasce un libro di eccezionale densità. Il dialogo si moltiplica, diventa il forziere che si schiude, la grotta di Alì Babà, l'ostrica che apre le valve. Un libro ricco, di quelli in cui, anche se non comprendi proprio tutto, riesci ad entrare e a trovare la tua stanza. Un libro in cui ti fermi ad ascoltare, non solo udire, la forza della voce.

Lo si capisce, fin dall'inizio del libro, che la "lezione" di Giovanni poggia sulla convinzione che ogni esperienza estetica è esperienza etica. Pietro e Giovanni parlano di tecniche e di regole, di tutto quanto si nasconde e si rivela nell'arte antica della musica; ma il loro dialogare mira più in alto, ponendo al centro la perenne domanda su come raccontiamo il mondo per comprenderlo e farne un luogo buono in cui abitare. Le loro voci assomigliano al battere e levare, agli accidenti musicali che accompagnano la nostra vita che ha il ritmo mutevole degli spartiti più diversi.

Giovanni Carmassi con Pietro Ferrucci, Dal silenzio la musica, Edizioni ETS, Pisa, 2013



La quarta di copertina recita: "Lo scopo ultimo (del libro) è di mostrare quanto nell'esecuzione pianistica partecipi tutto l'essere: la mente e il cuore, la memoria e l'attenzione, la cultura e l'istinto, il corpo intero, il respiro."

L'ultimo insegnamento, e non certo il meno importante, è già nel titolo del libro: il valore del silenzio. Non si dà musica senza silenzio. Il silenzio delle pause, quelle musicali e quelle della vita. Il silenzio che è complicità in una amicizia vera. Il silenzio di un cuore e di una mente, che pur feriti e delusi, continuano a viaggiare lungo la scala delle note.

Grazie, davvero, Giovanni. Grazie per risalire l'Arno e poi il Reno e poi il Silla e infine il Baricello. Di stare un po' con noi, tra i nostri monti. A te dobbiamo estati piene, di musica, di poesia, di insegnamenti, di risate e di entusiasmo. 

E scusa se ci permettiamo di tradire il bellissimo titolo del libro, caro Giovanni, perché qui, dal silenzio che è seguito a quando sei andato via, con i tuoi allievi, non è nata molta musica. Speriamo davvero che il tuo silenzio sia soltanto un'altra pausa sul rigo di un nuovo spartito che scriveremo insieme. A presto, quindi. Il libro è molto bello, ma è la tua anima bella che ci manca.




mercoledì 5 marzo 2014

Care maestre,

La nostra è una terra di confine, di passaggio, luogo di transito continuo di persone ed esperienze, crinale che non divide, ma permette di scollinare da un orizzonte all'altro. Lo scollinare, che a me piace chiamare svalicare, è un duro e affascinante esercizio che ci fa crescere e, in questo, assomiglia molto a una scuola. Proprio come nella scuola, infatti, questo movimento è anche l'affermarsi di un difficile atto di amore, di fedeltà alla vita, nostra e degli altri, lo svelarsi di un sentiero che spinge i nostri passi lungo l'orizzonte sempre mutevole della nostra geografia/biografia. Nel momento in cui la "crisi" pare attanagliare la nostra terra (e non solo la nostra), e sembra disegnare una nuova geografia che non ci piace, mi sorge il sospetto che parte della colpa sia nel nostro occhio che si è impigrito, che non cerca più il movimento fluttuante dell'orizzonte, ma desidera solo la linea ferma del già detto, del già fatto, del già visto e già vissuto.

Una prova del mio sospetto la trovo nelle discussioni che agitano tutti noi in tempi di presunta "svolta" (elezioni, crisi economiche, separazioni, lutti, eccetera). In questi tempi, solo apparentemente vivi e vivaci, trionfa il già detto, il già fatto, il già visto e già vissuto. E si accumulano slogan, invocazioni, richiami all'ordine, promesse, miracoli. In tutto questo scomposto vociare, poi, si nota un'assenza che ha dell'incredibile, l'assenza della voce dei maestri, qui intesi nel vero e grande significato del termine. Mai come oggi, i maestri (e, per esteso, tutti gli insegnanti) sono assenti proprio nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di loro, non tanto come portatori di nozioni, insegnamenti, cultura, ma molto di più come costruttori di futuro. Sono stato insegnante, conosco centinaia di maestre, comprendo la fatica del loro lavoro; è ovvio che mi chieda il perché di questo assordante silenzio. Così, per trovare una possibile risposta, sono andato a rileggere alcune pagine di un libro di Alex Corlazzoli, un maestro di provincia (come si definisce lui stesso), ascoltato con immenso piacere in una Mirandola semidistrutta dal terremoto, grazie all'iniziativa di una maestra davvero speciale, Elisabetta Cremaschi.

La scuola che resiste, storie di un maestro di provincia, Alex Corlazzoli, Chiarelettere, 2012


Nelle prime pagine del libro trovo una perfetta sintesi di ciò che si potrebbe fare per salvare il nostro esercizio scolastico dello svalicare:

"Forse dovremmo riconquistare il ruolo del "maestro". Per troppo tempo siamo stati bistrattati, considerati degli operai della scuola, uomini e donne alla catena di montaggio dell'istruzione. I bambini ci chiedono di essere altro: pretendono da noi di essere veri, reali, uomini con i nostri pregi e difetti, ma totalmente ancorati alla realtà."

Le parole di Alex calzano alla perfezione per tutti coloro che non si arrendono a guardare come muore l'orizzonte, che non si sono ancora seduti, che non vogliono tacere nemmeno nel vento più impetuoso, che non si accontentano di trovare le risposte ma vanno quotidianamente in cerca di nuove domande.

In questi giorni, tutti hanno reso omaggio a due maestri che, purtroppo, in altro senso, hanno "svalicato": Alberto Manzi e Mario Lodi. La lezione che ci hanno regalato con il loro lavoro e il loro coraggio sta nel miracolo di una voce che si ostina a parlare, nonostante le difficoltà, i fraintendimenti, le minacce, le volgari sordità. Mai come oggi, ci sarebbe bisogno della voce dei maestri, e mai come oggi, la voce più coraggiosa risuona spesso in luoghi appartati del nostro mondo, dove vivono e lavorano maestre e maestri  che sono davvero reali, ancorati alla realtà. In un altro post, ho parlato della Scuola Pejo Viva e un intero capitolo del libro di Alex è dedicato alla Scuola dei Bambini di Monte Sole, dove Sarah e Pierpaolo e altri maestri e genitori costruiscono un originale percorso didattico da conoscere e studiare. (Mi si stringe il cuore al pensiero che Sara e Pierpaolo sono stati nostri concittadini solo per alcuni anni. Pierpaolo fu il primo Direttore del Parco Regionale del Corno alle Scale).

Dedico questo mio post a Carla e Patrizia, due maestre con la M maiuscola, che vivono, lavorano, pensano, costruiscono qui, da noi, per noi: due voci che si fanno ogni giorno due strade maestre. Grazie Carla e Patrizia. E avanti così.  

sabato 1 marzo 2014

"Che cosa sia la bellezza non so"




"Che cosa sia la bellezza non so." Queste sono parole di Durer, il grande pittore che di bellezza, pur non sapendone il significato, ce ne ha regalata in abbondanza.  La frase di Durer è pure il titolo di un bel libro uscito ormai nel 1991, per Leonardo Editore, un libro nel quale sono chiamati a discutere di "bellezza" alcuni artisti contemporanei e alcuni filosofi. E' un libro che vado a ripescare, di tanto in tanto, quando ho bisogno di cancellare dai miei occhi le cose che, senza essere né artista né filosofo ma cittadino del mondo mi trovo davanti e che, a mio avviso, rientrano nel concetto opposto di "bruttezza". Nella breve introduzione, Michele Bonuomo e Eduardo Cicelyn, definiscono la bellezza:

Come improvvisamente accorgersi di stare al mondo, qui, ora e non per sempre. E' l'esperienza brutale del divenire, che né il passato né il futuro possono riscattare... Il bello è la dura, solitaria, impossibile ricerca di una ragione comune".



Per estrarre il bel libro dalla mia disordinata biblioteca, ho fatto cadere un altro libro che ho letto tempo fa e che parla di un viaggio in Topolino attraverso le Alpi e gli Apennini di Paolo Rumiz, noto giornalista e scrittore. Di quel libro mi colpì subito il titolo La leggenda dei monti naviganti. Poi, lessi d'un fiato la parte dedicata alle Alpi e, dopo una pausa, affrontai la discesa di Rumiz lungo l'Appennino (la parte, per me, più riuscita ed evocativa).

Ho riletto velocemente le prime pagine e ho riaperto il libro sulla bellezza, giocando a sfidare il paradosso del concetto, appuntando parole che mi aiutassero, non tanto a ricordarmi della bellezza dei miei monti, quanto, e molto di più, a cercare di capire come è stato possibile che le nostre terre si siano riempite di cose brutte, inguardabili, estranee. E, come sempre accade, i due libri mi hanno costretto a ragionare su quanto di segreto ci rimane vicino, magari inosservato, ma forte e affascinante come ogni segreto che si rispetti. Stare a ragionare del nostro mondo, del nostro agire, è un esercizio indispensabile, un viaggio che non è conoscenza in sé, ma "un fare conoscenza del mondo". Rumiz mi ha confermato un sospetto che nutrivo da tempo, che molti di noi nutrono ormai da troppo tempo :

Come ogni vascello nel mare grosso, la montagna può essere un insopportabile incubatoio di faide, invidie e chiusure. Ma può anche essere il perfetto luogo-rifugio di uomini straordinari, gente capace di opporsi all'insensata monocultura del mondo contemporaneo. Contro questi "giardinieri di Dio" - elfi guardiani dei loro microcosmi e garanti dell'equilibrio ambientale della nazione - si sono accaniti in tanti: il fascismo, l'assistenzialismo dc, il monopolismo berlusconiano, l'arroganza della giovane sinistra, la grande distribuzione e persino gli alti prelati. Il risultato è che la montagna - pur essendo la spina dorsale del paese - è totalmente scomparsa, guarda caso con la Resistenza, dalla politica e persino dall'immaginario nazionale. Sia le Alpi sia gli Appennini restano mondi subalterni, privi di autostima e di rappresentanza politica. Oggi, a viaggio finito, so che dietro ogni alluvione, dietro ogni siccità, dietro ogni emergenza climatica, non vi è solo l'effetto serra, ma anche la guerra sistematica del potere contre le periferie più vitali, quelle capaci di tenere vivo il territorio e di impedirne la devastazione finale.



Paolo Rumiz racconta, quindi, quelle che lui chiama "le terre del silenzio", ed è bello che ne parli, come sarebbe bello che ne parlassimo pure noi, reinventandoci alfabeti che sappiano colpire l'ascolto dei nuovi abitanti delle nostre montagne, che sappiano affascinare i bambini a cui queste terre debbono esserer lasciate in eredità. 

A volte, è molto bello essere periferia, vivere nel silenzio, serbare la poca bellezza rimasta, raccontare il segreto solo a chi lo vuole conoscere.


La leggenda dei monti naviganti, Paolo Rumiz, Feltrinelli, 2007


Che cosa sia la bellezza non so, Leonardo, 1991

mercoledì 26 febbraio 2014

La responsabilità e l'amico invisibile

La parola "responsabilità" è ormai diventata una parola quasi priva di senso, almeno per come la si usa o se ne abusa ogni giorno negli ultimi tempi. Eppure, questa parola dovrebbe indicare uno dei concetti sui quali investire ogni nostra singola azione, sia che riguardi la vita privata, sia che si inserisca in una dimensione per così dire sociale. Essere responsabili, soprattutto oggi, significa essere consapevoli che non è solo con la "verità" che ci si deve confrontare, nella quotidiana lotta per assicurarci un futuro su questa terra, ma anche con la "possibilità", che la strada da seguire non ha a che fare con un'idea (tantomeno con una ideologia), ma con una pratica. La pratica a cui penso, modestamente parlando, è la pratica della vicinanza alla verità, dell'approssimarsi alla verità, pur sapendo che non la potremo forse mai raggiungere. In versione non confessionale, mi verrebbe da dire che la nostra pratica quotidiana dovrebbe riappropriarsi di qualcosa che era tipico del sacro, della fede, di un sacro e di una fede che non danno per definitivo nulla, nemmeno la divinità, ma che diventano spinta e preghiera verso ciò che ci è superiore: la natura, l'universo. Il nostro sguardo, per dare inizio alla scommessa della nostra sopravvivenza, deve prima scendere di nuovo alla terra, alle orme lasciate dai nostri passi, alla polvere che il nostro cammino solleva. Dobbiamo di tanto in tanto dimenticare la conquista della posizione eretta, che tanto ci ha resi presuntosi e distanti dalla grande madre, prima, e tra di noi, dopo. Solo con questo esercizio, potremo poi risollevare i nostri occhi al presente, per farli ben aperti al futuro. Ma i nostri occhi dovranno piangere molto, per potere essere limpidi nella visione di un altro possibile cammino. Ecco, dobbiamo reimparare a piangere. Il nostro tempo ci vuole ad occhi asciutti, "scafati", cinici. Gli occhi asciutti, l'essere scafati, il cinismo sono categorie del nostro essere deboli, disarmati, confusi. Dovremo quindi pulire i nostri occhi per vedere meglio, per ritornare ad essere "ingenui", per ritrovare passione. Così, "responsabilità" non resterà solo una parola pronta ad ogni uso, ma sarà pratica di forza, di coraggio. Sarà affascinante miraggio di una possibile verità. E non è poco.

Uno specchio per la nostra metamorfosi lo potremo trovare nei più esperti creatori di miraggi: i bambini. Lo potremo cercare nel loro autentico dolore, nella loro autentica gioia, nella loro paura e nella loro arrogante sicurezza. Si dice che i bambini sono la bocca della verità, che la verità è nel loro candore, ma non è il "candore" la qualità specifica dei bambini, bensì la loro capacità di aumentare a dismisura le possibilità e, così facendo, di avvicinarsi alla verità, di approssimarsi alla verità. Abbassare il nostro sguardo, soprattutto in un progetto che contenga una visione del futuro, impone di inginocchiarsi per incontrare lo sguardo dei bambini. Saranno loro a prenderci la mano e ad accompagnarci il più vicino possibile alla verità.

Ognuno di noi, insomma, dovrebbe ritrovare il suo amico invisibile e parlare con lui almeno due volte al giorno: la mattina per raccontarsi a vicenda i sogni che si sono fatti e la sera per raccontarsi a vicenda la parte dei sogni che si è fatta realtà durante il giorno.

martedì 18 febbraio 2014

Il respiro da spartire

Questo post lo devo a un poeta, un giornalista, uno scrittore, insomma a un uomo che fa tutte queste cose. Ma ci sono tanti uomini che fanno tante cose, direbbe qualcuno. E' vero. Tuttavia, leggendo uno dei suoi ultimi libri, ho capito che quello che fa lui, nel nostro paese, non lo fa quasi nessuno, perché per fare quello che fa lui ci vuole coraggio, lucidità, cervello a posto, umiltà a tonnellate, fantasia, follia, amore. Lui si chiama Franco Arminio 
(il suo blog, http://comunitaprovvisorie.wordpress.com/) ed è l'inventore della PAESOLOGIA. Una scienza mai come oggi necessaria, soprattutto per chi vive in luoghi appartati, piccoli, periferici, montani. Mi fermo qui perché non voglio aggiungere altro. Voglio solamente riscrivere qui alcune parti del suo libro che consiglio come un libro da tenere sempre a portata di mano, un libro da regalare a chi si occupa del cosiddetto "bene pubblico", a chi non si arrende.

Geografia commossa dell'Italia interna (e già questo titolo è stupendo).


 
Franco Arminio, Geografia commossa dell'Italia interna, Bruno Mondadori, 2013 

All'inizio del suo libro, Franco si interroga su cosa sta succedendo in questo tempo chiamato, per convenzione, "di crisi":

"Perché la politica è o dovrebbe essere un'elaborazione collettiva. Il pericolo e l'opportunità è che al punto in cui siamo arrivati anche la politica appartiene alle discipline dell'immaginario. Non si sa che strada prendere e allora si fanno arabeschi, congetture. La modernità finisce ogni giorno e ogni giorno prolunga la sua esistenza con una magia collettiva che occulta ciò che è in piena evidenza: non crediamo più alla nostra avventura su questo pianeta. Non abbiamo nessuna religione che ci tiene assieme, nessun progetto da condividere. La paesologia denuncia l'imbroglio della modernità, il suo aver portato l'umano dalla civiltà del segno alla civiltà del pegno."

Cosa suggerisce, allora, Franco?

"In uno scenario del genere una politica possibile è la poesia. La poesia non è il fiore all'occhiello, è l'abito da indossare, ma prima di indossarlo dobbiamo cucirlo e prima di cucirlo dobbiamo procurarci la stoffa. La poesia ci può permettere di navigare nel mare delle merci lasciandoci un residuo di anima. La poesia è la realtà più reale, è il nesso più potente tra le parole e le cose. Quando riusciamo a radunare in noi questa forza, possiamo rivolgerci serenamente agli altri, possiamo scrivere, possiamo fare l'oste o il parlamentare, non cambia molto. Quello che conta è sentire che la modernità è una baracca da smontare. Una volta che la baracca è smontata, piano piano impareremo a guardare la terra  che c'è sotto per costruire in ogni luogo non altre baracche, ma case senza  muri e senza tetto, costruire non la crescita, non lo sviluppo, costruire il senso di stare da qualche parte nel tempo che passa, un senso intimamente politico e poetico, un senso che ci fa viaggiare più lietamente verso la morte. Adesso si muore a marcia indietro, si muore dopo mille peripezie per schivare la fine. E invece c'è solo il respiro, forse ce n'è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l'arte della vita. Altro che moderno o postmoderno, altro che localismo o globalità."

E ancora, in un'altra pagina da mandare a memoria, un nuovo invito a occuparsi del nostro luogo e del nostro tempo:

"Non è la crescita la nostra salvezza. La nostra salvezza è la poesia che ancora c'è nelle nostre terre, è questa nuova religione che ci tiene insieme, quest'antica bellezza che vogliamo proteggere e accudire. Non ci aspettiamo niente da nessuno dei parolai che stanno sulla scena. C'è da lavorare con gioia, e poi leggere, ridere, guardare. E per fare questo non abbiamo bisogno solo di leggi e di progetti, di sindaci ed esperti. Le nostre poltrone sono queste montagne, il grano che sta crescendo, le rose che fra poco fioriranno."

Così, Franco ci indica non tanto una via, una ricetta, quanto un "modo", un possibile rimedio. Penso ai miei luoghi, al mio paese, spesso bistrattato dai suoi stessi abitanti, abbandonato quasi a se stesso, svilito, arricchito e impoverito in nemmeno 30 anni. Penso alla poesia dei nostri padri, delle nostre madri, al loro stare nel luogo e nel tempo. Chissà? Sono sconsolato, ma non accetto alcuna facile resa. Da qualche parte, nella geografia commossa, c'è un uomo come Franco che spartisce il suo respiro con il mio e con il respiro di chiunque abbia a cuore la poesia e la vita.

"Il futuro dei luoghi sta nell'intreccio di azioni personali e civili. Per evitare l'infiammazione della residenza e le chiusure localistiche occorre abitarli con intimità e distanza. E questo vale per i cittadini e più ancora per gli amministratori. Bisogna intrecciare in ogni scelta importante competenze locali e contributi esterni. Intrecciare politica e poesia, economia e cultura, scrupolo e utopia."

Per quanto mi riguarda, ritrovo nelle parole di Franco un po' delle mie esperienze recenti, un po' della follia che mi ha spinto a riprovarci ancora. Non ho parole chiare come le sue, ma ho sempre amato dondolarmi tra la politica e la poesia, tra lo scrupolo e l'utopia.

Grazie Franco Arminio, per questo libro denso, difficile, duro, poetico, utopico, paesologo, terraiolo, montagnoso, valligiano. Grazie per la tua Bisaccia sempre piena di bellezza e intelligenza.


Vi prego, leggete questo libro, leggetelo da soli, leggetelo agli altri, imparatene dei pezzi a memoria, regalatelo. Insomma, lasciatevi commuovere dalla paesologia.



giovedì 6 febbraio 2014

La pelle del mondo

Che io abbia una insana passione per i titoli in molti ormai lo sanno (forse anche i pochi che continuano a seguirmi sul blog). Ma che dietro ad ogni titolo che m'invento ci sia un pensiero che cova a lungo prima di rivelarsi in una sintesi a volte ermetica, è una delle cose che mi stupiscono di più. Lo stesso accade per la mia scrittura, per i miei libri che, di solito, nascono velocemente, come se le cose che debbo dire aspettino un bel po' di tempo prima di uscire fuori, in una forma che, quasi sempre, è già abbastanza definitiva. Non correggo quasi mai molto delle mie poesie, dei miei testi. Quando qualcuno mi chiede perché scrivo (una delle domande che sempre ti fanno quando scrivi e presenti i tuoi libri), non riesco mai a rispondere in maniera diretta, elencando una serie di situazioni, circostanze, momenti che mi spingono a farlo. Cerco sempre altre vie, o, meglio, mi vengono spontaneamente alla mente altre formule che nulla hanno a che vedere con concetti del tipo ispirazione, sensazione. Le due parole che saltano sempre fuori sono "sguardo" e "ascolto". Ecco, in sintesi, scrivere, per me, soprattutto quando scrivo poesia, significa allenare le capacità dello sguardo e dell'ascolto, per essere attento al mondo, all'altro, al dialogo silenzioso e complice che è necessario quando si desidera (e anche la parola "desiderio" ritorna spesso nei miei versi) costruire un possibile "terzo" mondo che serva a mettere in relazione il mio mondo con il mondo degli altri. E poi, come per fare in modo che questa strada inviti i passi di chi legge, cerco dentro di me una musica. A cosa serve, infatti, piegare le parole a immagini concrete, a visioni che possono (ma non debbono) essere solo mie, se a queste immagini e visioni non si regala un ritmo, un canto? Su questa musica si costruisce il mio discorso, o meglio, si fa palese il mio invito al dialogo. Da questo primo ascolto deriva tutto il resto. E questa musica impone anche una scelta tra quello che rimane e quello che di solito abbandono. Sì, la mia poesia è fatta anche di "no", di rifiuti, di "allontanamenti da". Provo a fare degli esempi sotto forma di domande. Perché servirsi della memoria solo per ribadire quanto già si conosce, quando la forza dei ricordi può addirittura ricreare un "passato" così vivo che pare ancora qui, presente, la cui forza intatta ci spinge a guardare avanti? Perché lasciarsi travolgere dai giochi "da poeta", quando abbiamo davvero infinite possibilità di inventare nuovi giochi, nuove mosse, nuovi canti con la straordinaria "povertà" di una sola lingua? Sono domande che mi faccio spesso, leggendo la poesia italiana contemporanea che, ad essere proprio sincero, e a parte poche eccezioni, non mi stupisce più, non mi canta più, non mi racconta più, non costruisce più.

Ma non sono capace di esercitare l'affascinante e pericoloso mestiere del critico. Preferisco, ancora una volta, spiegarmi con i miei versi. E poco importa se tutto questo potrà apparire presuntuoso. In fondo, questo è il mio blog, no?



Poesie

Da Sottopelle, 1998

Desidero gli oggetti
le loro curve
le loro larve
i masticati
disossati corpi
le ombre il peso
l’insensatezza
di ogni loro sottinteso.

*****

Che cosa faccio qui
vestito a festa?
Non suonano campane
non c’è più gente per le strade.
Solo, aspetto l’ora
come si aspetta il vento
che porta sabbia rossa
odori di deserto e pietre.
E’ festa (te lo giuro)
sono tornato qua per questo
dall’intrico dei sentieri
che il tempo e il vento
hanno dissotterrato.
E suoneranno le campane
e il mio vestito sarà bello
la gente arriverà con canti e grida
raccoglierà la sabbia
e conterà le pietre
col naso insù
a respirare odori di pianura.
E io sarò con te
ti parlerò del vento
e non avrai paura.

*****

Sono rimasto fermo
dove si contano le ore
dove la strada si fa stretta
e non si lasciano che impronte:
la polvere talvolta è più pesante della pietra
vola veloce, sporca tutto quanto e poi ricade
a scolorire il mondo, a soffocare il suono
a rovesciare quel che è certo
a rovistare nei più piccoli recessi
di un corpo attento a non cadere.
Oggi cado e cado ancora e scrivo
non so se riuscirò a partire
se mai ti troverò all’arrivo.


da Di quarzo e terra, 2002


Non ho mai scritto la parola bar
nemmeno auto o ciminiera
non uso nomi propri
come un carteggio familiare
non riesco mai a infilare
una parola dall’inglese
il nome di una via.
Credo che non sia questo
a farmi rimanere
solo, senza parole
a metà strada
tra un qualsiasi discorso
e quel che chiamano poesia.

*****

Oggi è arrivato il caldo
lo sento sottopelle
mentre ricopia i segni
della mia spoglia biografia.

Oggi vorrei la pelle di un serpente
per poi fermarmi ad osservare
la vecchia mappa del mio corpo
che si è seccata per lasciare il posto
alla mia nuova geografia.

*****

Dovremo avere fame ancora a lungo
per poi gustare il cibo in fretta
e divorare il tempo necessario
e poi saziarci di ogni cosa.
Dovremo avere sete ancora a lungo
per poi brindare al giorno dopo
e ubriacarci il tempo che ci manca
e poi buttare i verbi all’aria.
Dovremo avere un giorno ancora a turno
per poi dividerci la fretta
e mascherare il ghigno doloroso
e trasformare in versi ogni disfatta.


Da Chiedimi il rosso, 2003

Delle rinascite improvvise
io non mi fido
qualcosa che risorge
quando è già tutto spento.
E’ il primo movimento
quello che non mi piace
la stretta forte della mano
il piede alzato
verso la polvere lontana
le mani in alto
ad afferrare nubi strampalate.
Di quello che rinasce
ricordo solo la sua morte.

*****

E’ questa diagonale all’improvviso
questa ferita verde all’orizzonte
che mi cancella la certezza
di un passo svelto e prepotente.
Come una ruga nuova sul tuo viso
dice e non dice l’esistente
gioca e pronuncia la bellezza
quando combaciano le impronte.


*****

Vieni c’è tanto rosso da imparare
sotto l’azzurro, sotto le verità lampanti
di fuochi lesti a farsi fumo.
Io, per altri fuochi mi preparo
in mezzo al verde, sotto le luci intermittenti
dei tanti che si fan nessuno.
Vieni, oggi non ho che questo rosso
caldo, bagnato e sterminato e mosso
e quando poi l’avrai imparato
ce lo racconteremo
tu, come vuoi
io, come posso.


da Il mare in salita, 2008

E’ ancora la ginestra
a dirci
che la strada
è quella giusta.

*****

E’ una deriva senza fine
e il sole brucia
lo sai che anche questo è mare
acqua più acqua
che mai sfocia.
Non parli e non rispondi
guardi il muro nero
che sale
e può far male.
Al centro del tuo occhio
non c’è una terra da toccare
solo un barlume
voglia di branchie
di sponde vicine
come di fiume.

*****

Parli
come in un prologo
della tua giovinezza
accorta e breve.

Ascoltarti
è un dialogo
ora che il tempo
non perdona
le solite finzioni.

Questo testardo farci isola
mentre sogniamo l’arcipelago.



da Bisestile, 2010


E sia per te un giorno chiaro
un calmo riversarsi della luce
la notte ti sia amica
un lento scoperchiarsi delle stelle.

Che tu possa restare
sotto la grande madre
nel sole dell’estate
nel buio dell’inverno.

Vengano ancora
settembre e poi febbraio

e non ci sia alcun dolore
né alcun inferno.

*****

Ricordati le mani
devi lasciarle aperte al vento
e chiuse al fuoco
dicevi e sorridevi.

Era quel nostro gioco
babbo
un passatempo di bambini
un canto
un conto alla rovescia
un guadagnarsi i giorni
che allora credevamo tanti.

*****

Febbraio suona il miserere
in ore buie e senza fine
mentre le spalle tremano di freddo
e il cane non ha pace

febbraio cambia ad ogni ora
come una terra che non ha confine
nei giorni illuminati a ghiaccio
e ognuno ascolta la sua voce

ma tu che non chiedevi nulla
se non di fare quattro passi ancora
ridevi della merla e della burla
di chiacchiere nel sole del cortile

dov’è la porta- poi chiedevi
che debbo uscire nella neve
qui tutto brilla e io sto fermo
di luce e voce è un bel morire.


Ecco, rileggere questi testi, anche per me che li ho scritti, permette di guardare dentro quel mondo la cui pelle è il primo foglio, bianco certamente, ma non per questo muto, ricco di pieghe, ruvidità, macchie più o meno nascoste, impronte digitali, sporcizia e candore. Su quel foglio bianco, con continue sorprese anche per me, mi fermo spesso a raccogliere le cose che lo sguardo e l'ascolto mi regalano in inchiostro e voce.


giovedì 5 dicembre 2013

Perché la sera?

La sera ha quella quiete che cerchiamo tutto il giorno, quella "distanza" dalle cose che ci pre-occupano durante le ore del giorno. Sarà per questo che scrivere di sera è come prendere la distanza dal mondo cosiddetto reale per accollarsi la responsabilità del mondo "che ci appartiene per davvero", il mondo in cui ciascuno di noi vorrebbe calvinianamente rinascere, anche se ciò, come dice giustamente Calvino, significa ripetere il trauma della nascita. Ecco, allora scrivere di sera è anche essere nudi di fronte alle nostre più grandi responsabilità, essere finalmente senza armi, senza quei pensieri che ci costruiamo di giorno per recitare, più o meno bene, il ruolo che ci compete. Qualcuno avrebbe il coraggio di chiamarla libertà, altri addirittura verità. Per me, invece, si tratta semplicemente della resa dei conti, una resa che non ha nulla della sconfitta, nulla di tragico insomma, ma che ha il sapore dell'abbandono.




Per una sera che resiste
che stringe i pugni e caccia il buio
in un anfratto di silenzio
non ho nessuna soluzione.

Affronto la distanza
come si affrontano le stelle
a capo chino
contando gli anni-luce.

Per questo dire con la vista
che afferra il nero e scuote il petto
in un subbuglio di ricordi
non ho mai chiesto il tuo perdono.

Abbrevio la distanza
dove si annunciano le valli
a volo raso
cantando a mezza voce.                                                       (da Perimetri e distanze, inedito)


e buona sera a tutti! Prendetevi cura delle vostre sere, ma pure dei vostri giorni.