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sabato 1 marzo 2014

"Che cosa sia la bellezza non so"




"Che cosa sia la bellezza non so." Queste sono parole di Durer, il grande pittore che di bellezza, pur non sapendone il significato, ce ne ha regalata in abbondanza.  La frase di Durer è pure il titolo di un bel libro uscito ormai nel 1991, per Leonardo Editore, un libro nel quale sono chiamati a discutere di "bellezza" alcuni artisti contemporanei e alcuni filosofi. E' un libro che vado a ripescare, di tanto in tanto, quando ho bisogno di cancellare dai miei occhi le cose che, senza essere né artista né filosofo ma cittadino del mondo mi trovo davanti e che, a mio avviso, rientrano nel concetto opposto di "bruttezza". Nella breve introduzione, Michele Bonuomo e Eduardo Cicelyn, definiscono la bellezza:

Come improvvisamente accorgersi di stare al mondo, qui, ora e non per sempre. E' l'esperienza brutale del divenire, che né il passato né il futuro possono riscattare... Il bello è la dura, solitaria, impossibile ricerca di una ragione comune".



Per estrarre il bel libro dalla mia disordinata biblioteca, ho fatto cadere un altro libro che ho letto tempo fa e che parla di un viaggio in Topolino attraverso le Alpi e gli Apennini di Paolo Rumiz, noto giornalista e scrittore. Di quel libro mi colpì subito il titolo La leggenda dei monti naviganti. Poi, lessi d'un fiato la parte dedicata alle Alpi e, dopo una pausa, affrontai la discesa di Rumiz lungo l'Appennino (la parte, per me, più riuscita ed evocativa).

Ho riletto velocemente le prime pagine e ho riaperto il libro sulla bellezza, giocando a sfidare il paradosso del concetto, appuntando parole che mi aiutassero, non tanto a ricordarmi della bellezza dei miei monti, quanto, e molto di più, a cercare di capire come è stato possibile che le nostre terre si siano riempite di cose brutte, inguardabili, estranee. E, come sempre accade, i due libri mi hanno costretto a ragionare su quanto di segreto ci rimane vicino, magari inosservato, ma forte e affascinante come ogni segreto che si rispetti. Stare a ragionare del nostro mondo, del nostro agire, è un esercizio indispensabile, un viaggio che non è conoscenza in sé, ma "un fare conoscenza del mondo". Rumiz mi ha confermato un sospetto che nutrivo da tempo, che molti di noi nutrono ormai da troppo tempo :

Come ogni vascello nel mare grosso, la montagna può essere un insopportabile incubatoio di faide, invidie e chiusure. Ma può anche essere il perfetto luogo-rifugio di uomini straordinari, gente capace di opporsi all'insensata monocultura del mondo contemporaneo. Contro questi "giardinieri di Dio" - elfi guardiani dei loro microcosmi e garanti dell'equilibrio ambientale della nazione - si sono accaniti in tanti: il fascismo, l'assistenzialismo dc, il monopolismo berlusconiano, l'arroganza della giovane sinistra, la grande distribuzione e persino gli alti prelati. Il risultato è che la montagna - pur essendo la spina dorsale del paese - è totalmente scomparsa, guarda caso con la Resistenza, dalla politica e persino dall'immaginario nazionale. Sia le Alpi sia gli Appennini restano mondi subalterni, privi di autostima e di rappresentanza politica. Oggi, a viaggio finito, so che dietro ogni alluvione, dietro ogni siccità, dietro ogni emergenza climatica, non vi è solo l'effetto serra, ma anche la guerra sistematica del potere contre le periferie più vitali, quelle capaci di tenere vivo il territorio e di impedirne la devastazione finale.



Paolo Rumiz racconta, quindi, quelle che lui chiama "le terre del silenzio", ed è bello che ne parli, come sarebbe bello che ne parlassimo pure noi, reinventandoci alfabeti che sappiano colpire l'ascolto dei nuovi abitanti delle nostre montagne, che sappiano affascinare i bambini a cui queste terre debbono esserer lasciate in eredità. 

A volte, è molto bello essere periferia, vivere nel silenzio, serbare la poca bellezza rimasta, raccontare il segreto solo a chi lo vuole conoscere.


La leggenda dei monti naviganti, Paolo Rumiz, Feltrinelli, 2007


Che cosa sia la bellezza non so, Leonardo, 1991

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