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domenica 3 febbraio 2013

Il mare in salita

In questi giorni, in attesa del nuovo libro per bambini, che uscirà in marzo, ho ripreso in mano Il mare in salita, mio libro di poesie uscito nel 2007, per Book Editore. C'era qualcosa che mi chiamava, dopo molti anni, verso quel titolo così profondamente mio, un qualcosa che forse aveva suscitato la stesura finale del volume. Mi è bastato aprire la pagina dopo il frontespizio e tutto è ritornato chiaro, lucido, ma non grazie alle povere parole mie, ma a quelle di Adonis:

Il cielo ti legge
dopo che la terra ti ha scritto.

Ecco, due versi che mi sono entrati dentro e vi sono rimasti, una sintesi poetica della vita che ci tocca in sorte, un desiderio di guardare in alto, sempre, anche quando la tristezza e la stanchezza vorrebbero piegarci e tenere il nostro sguardo rivolto al suolo. Adonis ci libera dal peso del quotidiano, ci prende per mano, deciso, e ci spinge oltre la fatica e il dolore, non nega né l'una né l'altro, ma ne traccia con pochissime parole il confine. E' un verso, quello che avevo scelto di mettere all'inizio del libro, che "costruisce" una dimensione tutta umana del nostro cammino, che non ammette ambiguità, che suona autentico come poche volte accade nella poesia.

E' stato quel verso che ha scavato un solco nel seguito del mio libro. E' stato un grande poeta, come sempre succede, a dare il via, indicando una possibile strada:

E' ancora la ginestra
a drici
che la strada
è quella giusta.

Con queste parole ho iniziato il cammino de "Il mare in salita". E ho continuato:

E questa terra ti è dovuta
le zolle cotte e l'erba
più bella.
E tu, ancora
abbracci nel gioco
il medesimo albero
che bambino abbracciavi.
Eri tronco e radice
eri ramo e poi foglia
eri figlio.

Da solo ridevi e pensavi
che in mezzo a quel verde
nessuno si sbaglia.

Spesso, sentiamo che la terra, nel senso di luogo originario, ci scrive davvero, lasciandoci l'illusione che a scrivere siamo noi. Inutile ribellarsi a quel volere. Il nostro sangue è linfa di terra, di radice.

E' sangue verde e lento
quello che ci cammina dentro
che ci pulisce i torti e le ragioni
ci cresce e ci conforta
ci rende liberi e ci ascolta
mentre tentiamo ancora
la nostra fuga verso il cielo
dalle strettoie delle tane
tra il muschio caldo e l'orizzonte

quando anche l'acqua si ripete
e stare stretti
è come un ritornello asciutto
che piega le ginocchia
mentre anche il sole si riposa

stare finalmente muti
è come dire tutto.

Scrivere, allora, è forse disegnare il nostro mutevole profilo sulla superficie della terra, seguire la linea del nostro corpo e preparare un'ombra visibile dall'alto, è avvicinare il cielo, per farne un provvisorio calco della terra che conosciamo.

E' una deriva senza fine
e il sole brucia
lo sai che anche questo è mare
acqua più acqua
che mai sfocia.
Non parli e non rispondi
guardi il muro nero
che sale
e può far male.
Al centro del tuo occhio
non c'è una terra da toccare
solo un barlume
voglia di branchie
di sponde vicine
come di fiume.


Il mare in salita, quindi, è in fondo solo un movimento, liquido, un andare verso l'altro, un muovere il corpo per riconoscerlo e fare in modo che la sua impronta sia leggibile dall'altro, dall'alto. Ma è solo in relazione all'altro che il cielo di cui parla Adonis può leggerci.

Parli
come in un prologo
della tua giovinezza
accorta e breve.

Ascoltarti
è un dialogo
ora che il tempo
non perdona
le solite finzioni.

Questo testardo farci isola
mentre sogniamo l'arcipelago.

Ecco, stasera volevo ritrovare le parole di quel libro, volevo essere isola e arcipelago. Buona notte.





1 commento:

  1. Bellissimo, Ale, grazie. Era un po' che mi mancavi, in questa veste.E' proprio quando scavi nella terra e ti muovi fra rocce, alberi, foglie, acqua, vento che ci fai guardare in alto. Il miracolo della poesia, nelle mani di un vero incantatore. Ti aspetto a pranzo. Ciao,lule.

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