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giovedì 3 ottobre 2013

Lampedusa

Oggi
pallore gonfio e sale.

E dire "tocco terra"
resta una frase aperta
una bestemmia sorda
e non è più 
salvezza certa.


Non ce la faccio più a sentire dichiarazioni d'intenti, fasulle ammissioni di colpe, appelli a chi di dovere. E' una tragedia, un lutto immenso quello che accade da anni nel mare di tutti (e non nostrum!). Non ce la faccio a dire cose, ad affermare concetti, a formulare accuse. Ho appena letto il comunicato stampa di Emergency: chiaro, terribile nella sua analisi. Leggerò, e leggeremo, altri comunicati; ascolterò, e ascolteremo le voci del Papa, dei governanti del mondo intero, dei commentatori, dei giornalisti, forse anche delle persone comuni e, magari, la voce dei coraggiosi e stanchi abitanti di Lampedusa. Poi, tra qualche giorno, le bandiere listate a lutto ritorneranno a garrire con il loro colori un giorno sbeffeggiati e il giorno dopo usati a baluardo di una italianità da barzelletta. Un caso di cronaca nera, un ennesimo litigio in casa PDL o PD ricacceranno nel più profondo mare dell'oblio il corpo di chi non troverà forse mai una sepoltura. I cosiddetti grandi della terra ritorneranno marionette di quel modello di sviluppo che mostra già da tempo il suo volto più feroce. Si farà di nuovo finta che tutto sia sotto controllo, che quello che separa le nazioni non è solo uno stupido confine, ma lo spread, il pil, la solidità e via di questo passo. A quando, allora, un'agenzia di rating delle politiche sociali, delle dignità delle nazioni, dell'impegno a fare della vita un vero valore insindacabile ed esterno al mercato? Chissà l'Italia della Lega quante A potrebbe meritare? E chissà quante ne raccatterebbe l'Europa della Merkel? Ecco, non ho parole per rendere omaggio a quelle donne e quegli uomini uccisi da un sogno grande.

Eppure non vorrei nemmeno che vincesse il silenzio, il ritirarmi nel mio piccolo mondo al riparo da tutto e da tutti. Mai come in questi casi il rischio è di parlare senza dire, di guardare senza osservare, di giudicare senza essere giudicati, di morire di parole. Ecco, il morire di parole è un po', secondo me, quello che contraddistingue le azioni "politiche" degli ultimi decenni della storia del mondo. Una classe dirigente, anche e soprattutto ai livelli più alti, e in special modo in Italia, che ha smarrito la chiarezza di un pensiero che si fa azione e non solo o tanto disquisizione, quando non vero e proprio sproloquio, logorroica nebbia, fumo rapido a dissolversi, esercizio vano e ormai stucchevole.

Ebbene, in questa sera, dopo aver spento la TV, con ancora negli occhi l'azzurro del mare su cui galleggiava un sogno grande, su cui galleggiano ora le ombre bianche della morte, ritorno alle parole mie di anni addietro, parole di "poeta" (così mi si dice), come a chiedere loro aiuto, non tanto una spiegazione, un'analisi, ma almeno un briciolo di senso, un breve scatto di una lingua che sa che non può dire tutto, ma mai s'arrende a pronunciare parole esatte: vita che è vita, morte che è morte, ingiustizia che è ingiustizia, povertà che è povertà, guerra che è guerra, sogno che è sogno...

Parti
il corpo aperto
come ferita
offerta al mondo.
Ma non voltarti.

La spuma si scuote
dal fondo, si perde
nel soffio del dio
indifferente, distratto
e quale poi
il tuo
il mio?

Buon riposo, gente tra le onde.

2 commenti:

  1. sei sempre un bravo poeta ale

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  2. Hai un cuore grande come l'immagine di tutta l'umanità sfogliata dagli anni del tempo.
    Buonuomo, più ti leggo e più capisco la grandezza e la profondità della parola.
    Del linguaggio che collega tutte le lingue alla principale delle comunicazioni: la vita.
    E la trasmissione è la stessa: il verbo.

    un bacio

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